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IL GRANO PRINCIPE DELLE GRAMINACEE
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Le lontanissime origini
del grano,
principe delle graminacee,
ed il suo utilizzo nella storia millenaria del sud ovest
sardo *
Le messi, i campi della
dea Cerere, unitamente all’abbondanza di mineralimetalliferi,
attirarono in Sardegna i popoli egemoni.Prima i Cartaginesi,
poi i Romani, fecero della Sardegna il granaio per eccellenza,
in virtù dell’incredibile fertilità
di questa terra. L’abbondanzadel grano significava
predominio. Ma prima dell’arrivo di questi popoli,
quali erano i legami della gente locale con la fecondità
dei campi? Primadelle distese a perdita d’occhio
di messi biondeggianti, che ricoprivano i declivi del
Sarcidano e della Trexenta, del Sarrabus, del Gerrei,
della Marmilla e l’ampia pianura campidanese, a
cui confluiva la grande propaggine costituita dalla vallata
del Cixerri, com’era la vita agricola? Cosa mangiava
la gente preistorica del sud Sardegna?
Andando a ritroso nel tempo, sprofondando nel paleolitico
più recente, vale a dire al termine dell’ultimo
periodo glaciale, si può immaginare che la Sardegna
sia stata il crocevia dei popoli cacciatori che risalivano
verso nord, inseguendo renne, e i popoli raccoglitori
che andavano verso sud, raccogliendo graminacee per ricavarne
farina e alternando la dieta alimentare con la caccia
alle gazzelle. L’invenzione dell’agricoltura
ha prodotto la più grande rivoluzione della preistoria.
Senza di essa il genere umano avrebbe stentato ad evolversi.
Questo avvenne sul finire dell’ultima glaciazione,
circa dodicimila anni orsono, mentre il Mediterraneo cresceva
a dismisura per lo scioglimento dei ghiacci e travalicava
nel Mar Nero che assunse lo stesso livello. Le piante
graminacee più preziose per la vita dell’uomo
di allora furono il grano, l’avena, il riso, la
segale, l’orzo. Il grano in Sardegna iniziò
a primeggiare nel 3000 a.C. Si potrebbe supporre, anche
se gli archeologi non possiedono prove certe, che la Sardegna
sia diventata una delle principali vie di smistamento
dei cereali, prodotti in Mesopotamia dai Sumeri e distribuiti
in ogni parte del Mediterraneo, già dal 2400 a.C.,
allorché in quasi tutte le terre conosciute pare
si parlasse la lingua sumerica.
Il grano fu fondamentale per l’evoluzione dei Sardi.
Nell’isola dei nuraghi, i legami con il culto del
pane sono tuttora fortemente sentiti. I riti agrari sono
rimasti nel sangue della gente.Sono molte le tradizioni
che avvincono, infatti, l’impasto d’acqua,
farina e sale, ai riti religiosi più importanti
come il pane degli sposi, il pane pasquale e il pane dei
morti. La festosità augurale del pane degli sposi,
quasi fantasiosa e allegorica mini-scultura, ornata di
foglie e di fiori, è una sinfonia dello sguardo
che rallegra anche gli animi più malinconici.
L’inno alla vita che il pane pasquale,
distribuito alla fine della Messa, propone con le sue
architetture guarnite di uova sode e di uccelletti, è
un messaggio genuino di pace, di prosperità, di
fiducia nell’avvenire per le prossime generazioni.
Il pane dei morti, lievitato naturalmente, impastato formulando
preghiere, severamente decorato e bianchissimo, cotto
in forno a legna, donato ai convenuti in occasione della
cerimonia del trigesimo (ufficio funebre nel trentesimo
giorno dopo il decesso) ricorda senza dubbio il rito più
antico dell’umanità. I nostri progenitori
durante il paleolitico più arcaico, mangiavano
le carni del defunto per impossessarsi delle sue virtù
e perpetrare e immortalare in sé stessi il ricordo
del trapassato. Questo rito del pane santificato, del
pane-spirito, rito in auge in ogni popolo evoluto del
Mediterraneo, è stato poi fatto proprio (come il
battesimo) dalla cristianità con l’istituzione
dell’eucaristia. Ma il culto dei morti fa parte
dell’evoluzione dell’umanità e nel
sud Sardegna esisteva molto prima della nascita di qualsiasi
religione monoteista proveniente dall’oriente.
La Sardegna, così disagevole per arrivarci, è
stata non solo l’isola del grano e dei minerali
metallici, ma l’approdo spirituale, la meta per
eccellenza dei pellegrinaggi; ovvero la culla dei culti
mediterranei. Noi non possiamo più vedere le cupole
a ogiva che contraddistinguevano i pozzi sacri perché
ormai ridotti in ruderi quasi insignificanti. A questi
templi pare convenissero fedeli che attraversavano il
mare per curarsi da sofferenze materiali e spirituali.
Le acque dei pozzi sacri nuragici davano sollievo anche
ai morsi, dolorissimi, delle solifughe (aracnidi tracheati
delle regioni calde); ed erano utilizzate dai sacerdoti
per benedire o per smascherare un traditore (rito dell’ordalia).
Ma la Sardegna attirava anche per la particolarità
delle tombe dei giganti, i monumenti evocativi dei defunti
eroi, ove si trovava sollievo a mali sconosciuti (recenti
studi vi accertano un’alta concentrazione di magnetismo
terrestre) o nelle necropoli-santuario di eroi come Montessu
(Villaperuccio), la vallata magica delle tante domus de
janas, ove i neolitici, in sogno, dialogavano con l’eroe
per liberarsi dagli incubi notturni e destarsi
rasserenati (rito dell’incubazione). Per i pellegrini
di quelle epoche il pane era uno degli alimenti principali
e in Sardegna, come oggi, era un segno concreto di ospitalità,
amicizia e augurio. La gente del periodo nuragico, vissuta
tra il 1800 e il 500 prima di Cristo, mangiava olive,
prodotti della pastorizia, pane e probabilmente bevevo
anche vino. Quali erano i riferimenti temporali per conoscere
i periodi dell’aratura, della semina e della mietitura?
Nelle epoche in cui non esistevano misurazioni del tempo,
i riferimenti furono le posizioni della luna fino al 3000
a.C., poi subentrò il percorso del sole che i sacerdoti
impararono a interpretare, traguardando le albe oltre
i profili delle colline, onde poter scandire con certezza
gli avvii dei vari riti agrari. Mietitura e trebbiatura
erano il rito per eccellenza, anzi, il mito. La gente
delle campagne falciava il grano e ne legava i mazzi (nannuga)
con ramoscelli.
L’insieme dei mazzi di grano costituiva il covone
(mainga). I covoni venivano ammucchiati e, quindi, ridistribuiti
in cerchio e a volte a tappeto, sulle aie. Ed erano quindi
gli zoccoli dei cavalli apparigliati o dei gioghi di buoi,
magistralmente condotti dai domestici e dai contadini
che, riducendo in briciole i covoni, separavano i chicchi
di grano dal resto. Tutta la popolazione partecipava alla
gran festa di Fors Fortuna, ovvero la festa della trebbiatura
che era l’apogeo mitologico di Adone, il dio Sole.
In quei giorni nei campi nascevano nuovi amori, si cementavano
amicizie, si tentava di riconciliare inimicizie. Si cantavano
mottetti allusivi e spensierati. L’atmosfera era
quella della più grande festa tramandata dalla
preistoria, la festa pagana per eccellenza, culminante
con il solstizio d’estate. Il mese di giugno, il
mese della trebbiatura che inaugurava il nuovo anno solare,
era chiamato “Lampas” (luce). Con l’avvento
del cristianesimo anziché il solstizio d’estate
(21 giugno) venne in auge la festa di San Giovanni (24
giugno) che concludeva il periodo del raccolto tramandando
tutti i significati pagani della vita agreste. Fino a
trent’anni fa, due persone che si proclamavano compari,
nel giorno di San Giovanni legavano le sorti delle rispettive
famiglie, perché chi aderiva al lavoro di raccolta
nei campi si sentiva istintivamente unito ai partecipanti.
La solidarietà è il significato più
intimo del grano... e del pane. Gli antichi l’avevano
compreso.
Frequentando le campagne nel periodo della calura estiva,
potevano insorgere motivi di preoccupazione causati da
morsi di animali. In Sardegna non sono mai esistiti rettili
velenosi. In pratica la vipera non c’è mai
stata. Ma esiste un ragnetto, chiamato argia, il cui morso,
pur non essendo letale è
molto tossico e provoca, per alcuni giorni, fastidiose
alterazioni del sistema nervoso. L’argia o arxia
o arja era, nella cultura contadina dei sardi, un essere
magico che si impossessava temporaneamente di una persona.
L’argia veniva considerata come un’anima dannata
incarnata nell’animale. Col morso, lo spirito cattivo
si trasferiva nel corpo del malcapitato. I riti per scacciare
l’argia dal corpo (ovvero gli effetti del veleno
che oltre a dolore provocavano semi-paralisi e vagheggiamento)
erano diversi, tra i quali, il più famoso, era
il ballo delle sette vedove che si esibivano attorno al
malato. Il grande scultore di Orani Costantino Nivola
ha immortalato tali danzatrici in forme stilizzate. Don
Eligio Saliu, nel suo libro “Il dramma di Don Pedro”
racconta con straordinaria efficacia una pratica magica
ancora in uso fino a cinquant’anni fa. Dal suo racconto
emerge il canto (in lingua sarda campidanese) delle vedove,
mentre ballavano attorno ad un giovane che, riposando
dopo la mietitura, era stato morso da un’argia:
O arja soberana, tui ka ses fiuda
as provau it’est
dolori
as provau it’est
amori.
Nosus puru ses
fiudas
e d’eus
provai kant’e tui
nosus komprendeus
a tui
e tui komprendi
a nosus.
Lassadu kustu
pubidu
k’est
in edadi de koiai
lassadu kum
amori e sa felicidadi. |
O
argia regina, tu che sei vedova
hai provato
cos’è il dolore
hai provato
cos’è l’amore.
Anche noi siamo
vedove
e l’abbiamo
provato come te
noi comprendiamo
te
e tu comprendi
a noi.
Lascia questo
poveretto
che è
in età da matrimonio
lascialo con
amore e la felicità. |
Nei tempi passati non si organizzavano
solo balli delle vedove ma anche incontri con la koga
(la sacerdotessa del sacro, la strega, la fattucchiera,
la bruxia) per togliere la maledizione, oppure, estremo
rimedio, una lunga immersione nel letame, proteggendo
il corpo con un lenzuolo, per suscitare abbondanti sudorazioni
e con esse l’espulsione del veleno. Terminate la
mietitura e la spigolatura ovvero la cerca delle spighe
disperse nei campi (perché niente andava lasciato),
il grano veniva disposto in mucchio nella stanza superiore
della casa con il tetto di legno. Attorno al mucchio venivano
disposte delle erbe che tenevano lontani i topi. La macinazione
avveniva tramite un mulino familiare, consistente di due
macine in pietra diversa. La macina mobile (azionata da
un asinello bendato, che procedeva in tondo), schiacciava
su quella fissa i chicchi di grano. La farina che se ne
ricavava veniva setacciata per togliere le impurità.
Il setaccio era azionato, quasi sempre, dalla donna di
casa. Il movimento di andare e venire del braccio provocava
la cernita, ma il setaccio non era sorretto da chi l’azionava,
bensì da un utensile in legno (scereciadori) composto
da due apposite assicelle, poste ad alcuni centimetri
dal tagliere. L’attrezzo consentiva una minor fatica
e sicuramente meno mal di schiena. Nel sud ovest di anni
fa, l’augurio a chi starnutiva era: «Saluri,
trigu e tappu de ortigu» ovvero salute, grano e
tappo di sughero. Il detto augurale significava: «Abbi
tanta salute quanto granaio così ricolmo da dover
prelevare il grano dal buco fatto sul tetto (di legno)».
Il tappo di sughero serviva per ricoprire il buco. In
questo mondo agricolo, ove ogni frutto della terra era
rispettato per la fatica necessaria per ottenerlo, il
pane era considerato sacro e non lo si gettava mai, ma
veniva utilizzato fino al completo esaurimento delle scorte
nelle madie. Le massaie s’inventavano di tutto perché
anche il pane raffermo, debitamente cucinato, diventasse
cibo gustoso. In questo equilibrio naturale: uomo-territorio,
agricoltore-campo, non poteva mancare la sfera delle credenze
magiche. In ogni centro agricolo importante, vi era il
praticante della magia bianca: l’abrebaroi. Curava
la sciatica utilizzando rami di fico selvatico in periodo
di luna calante; rimetteva in sesto una caviglia mal messa;
guariva i bambini dall’itterizia; parlava con i
topi, sgridandoli con pacatezza, ordinando loro di lasciare
le case; scacciava gli uccelli dai campi, recitando preghiere
in uso dall’alba dei tempi; e, con altre preghiere,
guariva il bestiame sparso in montagna, ferito da scorticature.
In ogni casa vi erano diversi recipienti di legno per
la misura del grano e della farina. Nel tardo medio evo,
in quasi tutti i centri abitati della Sardegna, vi erano
la Causa Pia (fondazione finalizzata ad assistere i contadini
in difficoltà) e il Monte Granatico ove venivano
custodite le sementi da distribuire a chi ne aveva bisogno.
I contadini si sono sempre assistiti a vicenda. Ancora
a metà del secolo scorso, al mattino presto, si
sentivano i suoni dei corni. Ogni agricoltore svegliava
i vicini affinché accudissero i buoi nelle stalle.
Somministrare il foraggio ai ruminanti, alle tre del mattino,
significava mettere gli animali in condizione di poter
lavorare, pieni di forze, già all’arrivo
del sole. Quali strumenti di richiamo erano utilizzati
il corno di bue oppure la buccina (grossa conchiglia).
Fino a trent’anni fa, in ogni casa rurale c’era
un forno a cupola, costruito con mattoni di argilla cruda.
Questo tipo di forno consente una cottura più omogenea
rispetto a quella con sezione rettangolare. La tecnica
di costruzione dei forni a cupola risale a epoche pre-nuragiche.
In ogni tavola il pane doveva essere deposto come era
stato cotto nel forno. Se un bambino, dopo averne sbocconcellato
un pezzetto, deponeva il rimanente al rovescio, veniva
rimproverato. Questo rispetto del pane, questa sacralità
dell’alimento che non deve essere mai messo a rovescio
su un tavolo, è un concetto importante su cui riflettere
perché il valore del sacro lega la vita delle campagne
alle origini dell’esistenza.
Caterno Cesare Bettini
* Articolo pubblicato
sul n° 152 del periodico “La Provincia del Sulcis
Iglesiente”
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